Cancellare per sottolineare: l’opera di Emilio Isgrò

3 Nov 2025 | Mostre ed eventi culturali, Storia dell'arte

Introduzione alla cancellatura

Nell’arte della seconda metà del Novecento, la cancellazione non comporta un rinnegamento della parola; al contrario, la mette in risalto nella sua lacerazione, assenza, incomprensibilità. Indipendentemente dal suo legame con il libro, la parola cancellata è per gli artisti un faro puntato: si pensi a Basquiat che cancellava lettere e intere frasi per attirare l’attenzione dei fruitori: «Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più». La cancellatura non annulla – pertanto – la parola, la rende immagine nel suo essere negata alla lettura.

All’interno di un discorso di relazione fra il visivo e la parola, per quanto contraddittorio possa sembrare, proprio la negazione dell’elemento verbale rappresenta una fortissima evidenza di un rapporto che si intreccia in maniera indissolubile. Quello della parola illeggibile, tagliata, sottintesa, cancellata, indecifrabile, strappata, nascosta – in una parola, negata – rappresenta uno dei leitmotiv nel variegato ambito delle ricerche verbo-visuali della seconda metà del secolo. Il massimo esempio di questo processo risiede probabilmente nello svuotamento del libro. Cosa diventa un libro che non si può leggere? Se fino a questo momento la parola era stata resa immagine estrapolandola dal suo contesto originario, “naturale”, come le pagine di un libro, il processo compiuto tramite questa provocazione rende immagine non la parola, ma l’assenza di essa.

»Un’assenza che si fa presenza, metafora di ciò che non c’è, e riesce in questo modo a comunicare un messaggio. Proprio questo principio è quanto si può riscontrare nel Libro dimenticato a memoria del 1969, di Vincenzo Agnetti; scrive Lorella Giudici su D’Ars, «Non è censura, ma profondità infinita; non è assenza ma eloquente pensiero, luogo ideale, estensione dove tutto è possibile perché immaginabile e… dimenticabile». O ancora, il Libro illeggibile di Bruno Munari, che non contiene parole ma una serie di pagine tagliate e sagomate, quello che l’artista definisce un “racconto visivo”, in cui natura della carta, spessore, trasparenza, formato delle pagine, la morbidezza e la durezza, il lucido e l’opaco, le fustellature e le piegature comunicano qualcosa al fruitore. Un millimetro di Pietro Consagra, del 1971, un libro con dei fogli di metallo, dello spessore – appunto – di un millimetro, che in trasparenza fa emergere dalle lamine una serie di segni; un libro, anche questo, senza alcuna parola al suo interno, svuotato del suo significato e per questo caricatosene di uno nuovo.

Il libro privo di parole – ma pieno di significato – per eccellenza è però probabilmente quello di Emilio Isgrò, artista che ha fatto della cancellatura la sua firma. Isgrò spiega che le cancellature hanno la funzione di provocare un’assenza, perché – scrive Restany – il fruitore «vorrà sempre sapere “‘cosa c’è sotto”. Ma allo stesso tempo (e in questa funzione è molto importante) sono un preciso, inequivocabile segno linguistico. Non tanto un vuoto da riempire, quanto una “presenza”, un pieno compatto, che sollecita e contemporaneamente rifiuta ogni proiezione da parte del lettore».

Per Isgrò, la Cancellatura è adesione e, al contempo, distacco da ciò che si sta cancellando. Cancellature che hanno lo scopo di restituire alle sue opere una parola avente la potenza dell’immagine, e un’immagine con la duttilità della parola: fondendole insieme. Isgrò ha iniziato cancellando riviste e stralci di quotidiani, e negli anni è arrivato a cancellare l’Inno Nazionale, I promessi sposi, la Costituzione e persino l’Enciclopedia Treccani. Un processo costruttivo, dunque, e non distruttivo; spiega l’artista: «La prima è la poesia visiva in cui la parola viene rafforzata dall’immagine. Come se la parola occidentale per salvarsi avesse bisogno dell’immagine per resistere. La seconda proposta fu quella di cancellare la parola insieme all’immagine. Ciò avvenne quasi contemporaneamente, quasi nell’ottica di una fusione nucleare, facendo saltare contemporaneamente i codici portanti della comunicazione umana (appunto la parola e l’immagine).»

La mostra al MACC di Scicli: “L’opera delle formiche”

Inaugurata il 6 maggio e conclusasi oggi, 3 novembre 2025, la mostra al MACC di Scicli ha proposto un acuto e illuminato percorso attraverso l’arte della cancellatura di Isgrò, rendendo la sua Sicilia palcoscenico e, al contempo, oggetto trasversalmente in scena.

La prima Cancellatura di Isgrò risale al 1964, sul ritaglio di un quotidiano, con segni orizzontali eseguiti con l’inchiostro nero. Già in questa prima cancellatura è riscontrabile il principio che poi guiderà l’artista nel corso della sua carriera: cancellare per evidenziare. Per Isgrò «la cancellatura preserva l’esistenza della parola. L’esistenza della parola come reale possibilità di parlarsi tra gli uomini. La cancellatura è nata per scoprire, coprendo, il valore dei rapporti umani fondato su una reale possibilità di comunicare. È fondata su una preservazione della parola per quando servirà. È fondata per creare, non per distruggere». A questo proposito, Bruno Corà parla, a proposito di Isgrò, di doppia percezione simultanea, di obliterazione e rivelazione insieme: «l’attenzione dell’osservatore è scissa tra la volontà di cogliere il senso del nuovo messaggio e, contemporaneamente, di interrogarsi su ciò che non è leggibile e tuttavia si percepisce sotto i segmenti di segni neri della cancellatura».

Si tratta di una mostra – L’opera delle formiche – che è così intrinsecamente legata alla Terra che la ospita da uscire fuori dalle mura del MACC, invadendo quasi impercettibilmente la piazza antistante al museo, Piazza Busacca. Fulcro e filo conduttore della mostra, infatti, è l’installazione monumentale che occupa il corridoio centrale del museo e si estende simbolicamente nello spazio urbano, raffigurante un’orda di formiche che attraversa cesti colmi di carrube dorate. Le formiche, che appaiono per la prima volta nell’opera La rotta dei catalani e inaugurano il cosiddetto “ciclo degli insetti”, sono fondamentali per l’artista che le rende “cancellature mobili”, sovrapponendole al testo per creare un dialogo aperto tra natura e cultura. Creature dalla straordinaria capacità di sopravvivenza, laboriose, sempre in movimento. Salgono sulla segnaletica del museo, si arrampicano sui tetti delle sale espositive e, addirittura, escono su piazza Busacca e invadono la statua di Pietro Di Lorenzo detto Busacca. La scelta, come ha osservato Bruno Corà, ha voluto sottolineare che è ora di “cancellare” e dunque di «sfatare la sentenza gattopardiana secondo cui la Sicilia sia la terra dove tutto deve cambiare affinché tutto rimanga com’è».

La mostra scandaglia la lunga carriera dell’artista, dagli articoli di giornali – Titolo di giornale (all’opera) (1962) e Titolo di giornale (prodigiosa attività) (1962) – alle prime cancellature di due anni dopo, i “particolari ingranditi” degli anni Settanta, i libri inediti del Gattopardo (1976), passando per i Codici ottomani (2010) e le cancellature in rosso, dei più recenti anni di ricerca. Un’esposizione che accende un faro sulla cultura mediterranea, attraversandola con le parole della letteratura, con i suoi volti e attraverso le sue mappe (tutto, inutile dirlo, rigorosamente cancellato). L’attenzione alla cancellatura è puntuale, quasi chirurgica nell’analisi della sua evoluzione, ma è ancora più stimolante l’attenzione ai simboli. Ad esempio le carrube, ammucchiate in ceste e accuratamente – ma non tutte – dorate per l’occasione. Simbolo di ricchezza e di crescita per il territorio sciclitano e ragusano in generale, il seme della carruba viene chiamato anche “carato”: dal nome greco del legume (kerátion) deriva anche il “carato”; al seme, infatti, corrisponde esattamente il peso di 1/5 di grammo e nell’antichità era considerato contrappeso ideale per l’oro. Le carrube, però, per tantissimo tempo sono state utilizzate come mangime per gli animali, in particolare per i maiali. Il mondo contadino ragusano aveva trovato in questo legume, abbastanza “inutile” all’epoca, una preziosa fonte di reddito. Oggi, le carrube vengono utilizzate nel territorio in maniera estremamente duttile, e la nobilitazione – giusto tramite l’oro – di un legume dato letteralmente “in pasto ai porci” nella storia di questa Terra, sembra chiudere un cerchio lungo millenni.

Nel Chiostro del MACC, ad accogliere il visitatore, l’opera Non uccidere (2023), realizzata da Isgrò in collaborazione con Mario Botta, che ha disegnato il padiglione accogliente. Un’opera prepotente nei confronti dello spazio circostante, ma allo stesso tempo delicata nell’approccio al visitatore, quasi fosse un invito ad attraversarla, a infilarsi in essa, letteralmente e concettualmente.

Il dispositivo segnico di Isgrò si rivela geniale nell’idea che lo guida, preciso nella sua semplicità, ma allo stesso tempo estremamente plasmabile. E Isgrò lo plasma, lo adatta, lo muta e lo riporta alla sua semplicità. Ad esempio, nella sala che vede dispiegarsi alle pareti i “libri cancellati”, sono stati affiancati la cancellatura dell’Enciclopedia Treccani. Vol. IV, Albero genealogico (1970), il grande Clemens (1971) e i tre telex, La replica di Allende (1973), La questione agricola (1974) e Telex G19 (1974); ma anche i due omaggi a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Le stelle del Principe di Lampedusa (1976) e La finestra del Principe di Lampedusa (1976). La collocazione a parete dei libri, come fossero vere e proprie tele, è un’invenzione tutta dell’artista siciliano, una modalità prima del tutto inusuale e oggi consolidata ed entrata nell’immaginario comune. Sottolinea inoltre Corà che «va considerato che nel caso della cancellatura dei volumi della Enciclopedia Treccani non può essere trascurato l’effetto di una latente valenza antinozionistica risultante dal gesto cancellatore».

Emilio Isgrò ha reso la cancellazione “cancellatura”, ha inglobato l’azione stessa dell’atto di cancellare in una pratica artistica e ne ha fatto la sua firma. Questa mostra sciclitana ha saputo esporre una carriera intera, al passo di centinaia di formiche, ripercorrendo una rielaborazione del visuale che ha rivoluzionato il linguaggio artistico, riscrivendo il rapporto tra parola e immagine nelle arti visive con un approccio del tutto nuovo, una commistione che non solo ha saputo rendere tangibile, un’assenza, ma ha portato l’inchiostro dell’opera pittorica a interagire con quello dell’opera letteraria, stampata, in una modalità che ha saputo annullare i confini tra tela e pagina, tra segno grafico e disegno.
Isgrò si definisce «sicilianista ma non siciliano» (e, scrive, ne «soffrirebbe non poco il mio compagno di liceo Vincenzo Consolo»), eppure, dentro le sale del MACC, emerge una lettura della Sicilia che espone la sensibilità di chi, la Sicilia, l’ha capita veramente e l’ha saputa raccontare.

l'Autrice

Paola Pulvirenti

Mi chiamo Paola Pulvirenti, ho ventiquattro anni e frequento un master in Management dell’arte e dei beni culturali presso la Treccani. Sono nata a Leonforte, un piccolo paese nelle terre di Proserpina. Dopo aver vissuto gli anni della triennale a Catania, mi sono trasferita a Ravenna e ho concluso un percorso di laurea magistrale in storia dell’arte, volto alla tutela, alla valorizzazione e alla comunicazione del patrimonio.

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