»Un’assenza che si fa presenza, metafora di ciò che non c’è, e riesce in questo modo a comunicare un messaggio. Proprio questo principio è quanto si può riscontrare nel Libro dimenticato a memoria del 1969, di Vincenzo Agnetti; scrive Lorella Giudici su D’Ars, «Non è censura, ma profondità infinita; non è assenza ma eloquente pensiero, luogo ideale, estensione dove tutto è possibile perché immaginabile e… dimenticabile». O ancora, il Libro illeggibile di Bruno Munari, che non contiene parole ma una serie di pagine tagliate e sagomate, quello che l’artista definisce un “racconto visivo”, in cui natura della carta, spessore, trasparenza, formato delle pagine, la morbidezza e la durezza, il lucido e l’opaco, le fustellature e le piegature comunicano qualcosa al fruitore. Un millimetro di Pietro Consagra, del 1971, un libro con dei fogli di metallo, dello spessore – appunto – di un millimetro, che in trasparenza fa emergere dalle lamine una serie di segni; un libro, anche questo, senza alcuna parola al suo interno, svuotato del suo significato e per questo caricatosene di uno nuovo.
Il libro privo di parole – ma pieno di significato – per eccellenza è però probabilmente quello di Emilio Isgrò, artista che ha fatto della cancellatura la sua firma. Isgrò spiega che le cancellature hanno la funzione di provocare un’assenza, perché – scrive Restany – il fruitore «vorrà sempre sapere “‘cosa c’è sotto”. Ma allo stesso tempo (e in questa funzione è molto importante) sono un preciso, inequivocabile segno linguistico. Non tanto un vuoto da riempire, quanto una “presenza”, un pieno compatto, che sollecita e contemporaneamente rifiuta ogni proiezione da parte del lettore».