Dettaglio Padiglione Brasile

Stranieri Ovunque: cosa ci lascia questa Biennale

2 Dic 2024 | Storia dell'arte, Mostre ed eventi culturali

«Il termine italiano “straniero”, il portoghese “estrangeiro”, il francese “étranger” e lo spagnolo “extranjero” sono tutti collegati sul piano etimologico rispettivamente alle parole “strano”, “estranho”, “étrange” ed “extraño”, ovvero all’estraneo.»

Stranieri Ovunque, Claire Fontaine
Aravani Art Project

Aravani Art Project

Si è conclusa la scorsa domenica, il 24 novembre, la sessantesima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte di Venezia. Detta più comunemente “la Biennale”, dal nome della fondazione che con cadenza di appunto due anni la organizza in alternanza con la Biennale d’Architettura, si tratta di una delle manifestazioni più importanti a livello mondiale per l’arte contemporanea.

Il curatore di questa edizione è stato il brasiliano Adriano Pedrosa, direttore artistico del MASP, il Museo d’arte di San Paolo, e prima persona latinoamericana a ricoprire questo importante ruolo. Inaugurata il 20 aprile, durante la prima settimana ha superato tutti i record di ingressi rispetto alle edizioni precedenti nello stesso arco di tempo.

“Stranieri Ovunque” il tema che Adriano Pedrosa ha scelto per l’edizione di quest’anno. «Nelle più disparate circostanze, gli artisti hanno sempre viaggiato e si sono spostati attraverso città, Paesi e continenti, un fenomeno che a partire dalla fine del XX secolo non ha fatto che ampliarsi (ironia della sorte, proprio in un periodo segnato da crescenti restrizioni rispetto alla dislocazione o allo spostamento degli individui). In occasione della Biennale Arte 2024 si parlerà di artisti che sono essi stessi stranieri, immigrati, espatriati, diasporici, émigrés, esiliati e rifugiati, in particolare di coloro che si sono spostati tra il Sud e il Nord del mondo. La migrazione e la decolonizzazione saranno le tematiche chiave.»

Il tema dell’essere e sentirsi stranieri, come spiega il curatore, richiama nel nome l’istallazione al neon “Stranieri Ovunque” del collettivo artistico italo-britannico Claire Fontaine e può essere letto come “ovunque tu vada ci sono stranieri e immigrati” ma anche come “ovunque tu vada sei sempre uno straniero”.

L’espressione “Stranieri Ovunque” si rifà a sua volta, in realtà, al nome di un collettivo torinese che nei primi anni 2000 combatteva il razzismo e la xenofobia in Italia; da qui, Claire Fontaine ha cominciato a produrre dal 2004 una serie di opere che per questa Biennale sono state esposte ai cantieri navali delle Gaggiandre all’Arsenale e che traducono “Stranieri Ovunque” in diversi colori e in ben cinquantatré lingue: occidentali, non occidentali e anche degli idiomi indigeni, alcuni dei quali oggi a tutti gli effetti estinti.

Stranieri Ovunque, Claire Fontaine

Stranieri Ovunque, Claire Fontaine

Quello di Biennale Arte è un concetto di estraneità che non confina l’entità dello “straniero” a quella del migratore, del rifugiato, dell’espatriato, ma che allarga la propria identificazione abbracciando le soggettività queer, indigene e outsider nel senso più ampio del termine.

Stranieri, pertanto, dal mondo e da se stessi, da una realtà che può far sentire straniero chiunque, anche all’interno della propria stessa terra, del proprio stesso corpo.

Ritornando alle parole di Pedrosa, «Das Unheimliche di Sigmund Freud, Il perturbante nell’edizione italiana, che in portoghese è stato tradotto con “o estranho”, lo strano che, nel profondo, è anche familiare. Secondo l’American Heritage e l’Oxford English Dictionary, il primo significato della parola “queer” è proprio “strange” (“strano”), pertanto la Mostra si svilupperà e si concentrerà sulla produzione di ulteriori soggetti connessi: l’artista queer, che si muove all’interno di diverse sessualità e generi ed è spesso perseguitato o messo al bando; l’artista outsider, che si trova ai margini del mondo dell’arte, proprio come l’autodidatta o il cosiddetto artista folk o popular; l’artista indigeno, spesso trattato come uno straniero nella propria terra. La produzione di questi quattro soggetti sarà il fulcro di questa edizione e costituirà il Nucleo Contemporaneo dell’Esposizione e, sebbene gli autori fondino spesso il lavoro sull’esperienza personale, sulla propria vita, le proprie osservazioni e la propria storia, ci sarà anche chi si addentrerà in questioni formali, con il proprio accento strano, straniero o indigeno.»

Ma che eredità ci lascia questa Biennale?

Un pluralismo, quello dei padiglioni, che con sprazzi di originalità e tagli trasversali alla tematica ha saputo in alcuni casi far emergere qualcosa, arricchire notevolmente l’esperienza della visita, come nel caso di Serbia, Messico, Senegal, Polonia, Taiwan e Francia, o ancora quello del Vaticano; molto più carnevaleschi e meno pervasi di significato parecchi altri padiglioni, in primis Svizzera e USA.

Padiglione Francia
Padiglione Francia
Padiglione Messico
Padiglione Messico
Padiglione Senegal

Padiglione Senegal

Per quanto concerne invece i due nuclei principali della Biennale, quello contemporaneo e quello storico, ci siamo trovati davanti – anche qui – ad un pluralismo dai presupposti assolutamente interessanti, ma forse non totalmente riusciti nella loro piena realizzazione di intenti.

«Questa mostra è una provocazione», ha dichiarato Pedrosa. E lo è stata. Forse non tanto nella scelta delle tematiche, quanto piuttosto in un capovolgimento totale circa la scelta dei protagonisti. Non tanto nomi già affermati nel panorama culturale dell’arte occidentale, ma opere delle First Nations del Global South, sia all’Arsenale che ai Giardini. Un’espressione che molto si discosta dai linguaggi ai quali siamo abituati e che è molto più legata a culture locali, distanti, tradizionali, comunitarie. Artisti outsider? Sicuramente no, è stata una Biennale di nomi molto affermati sul mercato anche se non totalmente consacrati nell’ambito dello scenario occidentale, e puntare un faro di luce sul loro lavoro è stata indubbiamente una grande nota di merito.

Takapau, Mataaho
Un particolare dell’installazione Takapau del collettivo Mataaho
Padiglione Benin
Padiglione Benin
Rage Is a Machine in Times of Senselessness, Frieda Toranzo Jaeger
Rage Is a Machine in Times of Senselessness, Frieda Toranzo Jaeger

In ogni caso, come osserva Federico Giannini in un’acutissima analisi su Finestra sull’Arte, «Per la Biennale di Pedrosa vale lo stesso commento che Jonathan Jones, il noto critico del Guardian, aveva scritto otto anni fa per la mostra dell’artista indiano Bhupen Khakhar (presente in questa edizione della Biennale) che s’era tenuta alla Tate di Londra: “perché la Tate Modern espone un artista antiquato e di second’ordine, la cui arte ricorda il tipo di pittori britannici che non lascerebbe mai entrare dalle sue porte?”. Si potrebbe rivolgere la stessa domanda ad Adriano Pedrosa, data la gran quantità di arte outsider, folk e naïf della sua Biennale: quale differenza separa un artista autodidatta nato e cresciuto nella foresta amazzonica da, mettiamo, uno dei tanti pittori contadini dell’Emilia del dopoguerra che non erano mai entrati in un museo o non avevano mai preso in mano un libro di storia dell’arte? Cos’hanno di diverso un’indigena diné e un pastore dell’Appennino che, citando Soffici, non ha mai visto i baffi d’un professore?»

Padiglione Libano
Padiglione Libano

Quella di Pedrosa è stata una Biennale artigianale, narrativa, molto tessile, estremamente cromatica, ma non è riuscita probabilmente a far valicare allo spirito del tempo il passato per arrivare alla contemporaneità. Si è restituito uno sguardo sicuramente diverso al pubblico, ma una rassegna d’arte contemporanea di tale portata dovrebbe avere una proiezione molto più definita rispetto al mondo contemporaneo: in questo caso, oltre un terzo degli artisti in mostra non vive più. Per Pedrosa, l’urgenza era quella di “rifondare il nostro sguardo sulla storia”. Ma c’è bisogno anche di una proiezione verso l’avanti, che qui non c’è stata. Si è cercato di “decolonizzare”, di attuare una riscrittura senza però usare effettivamente delle parole che fossero indirizzate al mondo di oggi.

Padiglione Italia
Padiglione Italia
Facciata MAHKU
La facciata del Padiglione Centrale decorata dal murale del collettivo MAHKU
The Spiral of Fear

The Spiral of Fear, Kiluanji Kia Henda in primo piano, e dietro
Come, let me heal your wounds. Let me mend your broken bones, Dana Awartani

E la stessa pluralità che ha accompagnato tutta la rassegna, legata ai percorsi, alle sfaccettature del termine “straniero”, alle culture e anche agli stessi colori ha finito per essere, purtroppo, solamente dispersiva. Le opere sono quasi affogate in questo pluralismo di tutto, viaggiando fra le diverse accezioni di estraneità senza però approdare singolarmente, in maniera definita, da nessuna parte. Forse, limitare il termine “straniero” al senso più geografico della sua accezione avrebbe dato maggiore spessore a tutta l’impalcatura di significato, senza che la fluidità di genere potesse non solo rientrare in un bacino semantico troppo ampio e dispersivo – quasi strizzando l’occhio alla “battaglia ideologica del momento” – ma finisse per accostare il concetto di artista fluido a “strano”. Estraneo, sì, forse a se stesso, ma non al mondo. Sono due livelli di estraneità che è pericolosissimo mettere sullo stesso piano.

Infine, la scelta di far sì che lo sponsor principale – la grande maison di Swatch – fosse presente fisicamente con una sua galleria di opere all’Arsenale e con un’installazione fumettistica ai Giardini, entrambe abbastanza discutibili e fuori luogo, non ha fatto altro che accentuare quell’aria di confusione e indefinitezza in merito ad un tema centrale e veramente trainante che ha pervaso un po’ tutto il percorso.

 

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Introduzione alla cancellatura

Nell’arte della seconda metà del Novecento, la cancellazione non comporta un rinnegamento della parola; al contrario, la mette in risalto nella sua lacerazione, assenza, incomprensibilità. Indipendentemente dal suo legame con il libro, la parola cancellata è per gli artisti un faro puntato: si pensi a Basquiat che cancellava lettere e intere frasi per attirare l’attenzione dei fruitori: «Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più». La cancellatura non annulla – pertanto – la parola, la rende immagine nel suo essere negata alla lettura.

All’interno di un discorso di relazione fra il visivo e la parola, per quanto contraddittorio possa sembrare, proprio la negazione dell’elemento verbale rappresenta una fortissima evidenza di un rapporto che si intreccia in maniera indissolubile. Quello della parola illeggibile, tagliata, sottintesa, cancellata, indecifrabile, strappata, nascosta – in una parola, negata – rappresenta uno dei leitmotiv nel variegato ambito delle ricerche verbo-visuali della seconda metà del secolo. Il massimo esempio di questo processo risiede probabilmente nello svuotamento del libro. Cosa diventa un libro che non si può leggere? Se fino a questo momento la parola era stata resa immagine estrapolandola dal suo contesto originario, “naturale”, come le pagine di un libro, il processo compiuto tramite questa provocazione rende immagine non la parola, ma l’assenza di essa.

»Un’assenza che si fa presenza, metafora di ciò che non c’è, e riesce in questo modo a comunicare un messaggio. Proprio questo principio è quanto si può riscontrare nel Libro dimenticato a memoria del 1969, di Vincenzo Agnetti; scrive Lorella Giudici su D’Ars, «Non è censura, ma profondità infinita; non è assenza ma eloquente pensiero, luogo ideale, estensione dove tutto è possibile perché immaginabile e… dimenticabile». O ancora, il Libro illeggibile di Bruno Munari, che non contiene parole ma una serie di pagine tagliate e sagomate, quello che l’artista definisce un “racconto visivo”, in cui natura della carta, spessore, trasparenza, formato delle pagine, la morbidezza e la durezza, il lucido e l’opaco, le fustellature e le piegature comunicano qualcosa al fruitore. Un millimetro di Pietro Consagra, del 1971, un libro con dei fogli di metallo, dello spessore – appunto – di un millimetro, che in trasparenza fa emergere dalle lamine una serie di segni; un libro, anche questo, senza alcuna parola al suo interno, svuotato del suo significato e per questo caricatosene di uno nuovo.

Il libro privo di parole – ma pieno di significato – per eccellenza è però probabilmente quello di Emilio Isgrò, artista che ha fatto della cancellatura la sua firma. Isgrò spiega che le cancellature hanno la funzione di provocare un’assenza, perché – scrive Restany – il fruitore «vorrà sempre sapere “‘cosa c’è sotto”. Ma allo stesso tempo (e in questa funzione è molto importante) sono un preciso, inequivocabile segno linguistico. Non tanto un vuoto da riempire, quanto una “presenza”, un pieno compatto, che sollecita e contemporaneamente rifiuta ogni proiezione da parte del lettore».

Per Isgrò, la Cancellatura è adesione e, al contempo, distacco da ciò che si sta cancellando. Cancellature che hanno lo scopo di restituire alle sue opere una parola avente la potenza dell’immagine, e un’immagine con la duttilità della parola: fondendole insieme. Isgrò ha iniziato cancellando riviste e stralci di quotidiani, e negli anni è arrivato a cancellare l’Inno Nazionale, I promessi sposi, la Costituzione e persino l’Enciclopedia Treccani. Un processo costruttivo, dunque, e non distruttivo; spiega l’artista: «La prima è la poesia visiva in cui la parola viene rafforzata dall’immagine. Come se la parola occidentale per salvarsi avesse bisogno dell’immagine per resistere. La seconda proposta fu quella di cancellare la parola insieme all’immagine. Ciò avvenne quasi contemporaneamente, quasi nell’ottica di una fusione nucleare, facendo saltare contemporaneamente i codici portanti della comunicazione umana (appunto la parola e l’immagine).»

La mostra al MACC di Scicli: “L’opera delle formiche”

Inaugurata il 6 maggio e conclusasi oggi, 3 novembre 2025, la mostra al MACC di Scicli ha proposto un acuto e illuminato percorso attraverso l’arte della cancellatura di Isgrò, rendendo la sua Sicilia palcoscenico e, al contempo, oggetto trasversalmente in scena.

La prima Cancellatura di Isgrò risale al 1964, sul ritaglio di un quotidiano, con segni orizzontali eseguiti con l’inchiostro nero. Già in questa prima cancellatura è riscontrabile il principio che poi guiderà l’artista nel corso della sua carriera: cancellare per evidenziare. Per Isgrò «la cancellatura preserva l’esistenza della parola. L’esistenza della parola come reale possibilità di parlarsi tra gli uomini. La cancellatura è nata per scoprire, coprendo, il valore dei rapporti umani fondato su una reale possibilità di comunicare. È fondata su una preservazione della parola per quando servirà. È fondata per creare, non per distruggere». A questo proposito, Bruno Corà parla, a proposito di Isgrò, di doppia percezione simultanea, di obliterazione e rivelazione insieme: «l’attenzione dell’osservatore è scissa tra la volontà di cogliere il senso del nuovo messaggio e, contemporaneamente, di interrogarsi su ciò che non è leggibile e tuttavia si percepisce sotto i segmenti di segni neri della cancellatura».

Si tratta di una mostra – L’opera delle formiche – che è così intrinsecamente legata alla Terra che la ospita da uscire fuori dalle mura del MACC, invadendo quasi impercettibilmente la piazza antistante al museo, Piazza Busacca. Fulcro e filo conduttore della mostra, infatti, è l’installazione monumentale che occupa il corridoio centrale del museo e si estende simbolicamente nello spazio urbano, raffigurante un’orda di formiche che attraversa cesti colmi di carrube dorate. Le formiche, che appaiono per la prima volta nell’opera La rotta dei catalani e inaugurano il cosiddetto “ciclo degli insetti”, sono fondamentali per l’artista che le rende “cancellature mobili”, sovrapponendole al testo per creare un dialogo aperto tra natura e cultura. Creature dalla straordinaria capacità di sopravvivenza, laboriose, sempre in movimento. Salgono sulla segnaletica del museo, si arrampicano sui tetti delle sale espositive e, addirittura, escono su piazza Busacca e invadono la statua di Pietro Di Lorenzo detto Busacca. La scelta, come ha osservato Bruno Corà, ha voluto sottolineare che è ora di “cancellare” e dunque di «sfatare la sentenza gattopardiana secondo cui la Sicilia sia la terra dove tutto deve cambiare affinché tutto rimanga com’è».

La mostra scandaglia la lunga carriera dell’artista, dagli articoli di giornali – Titolo di giornale (all’opera) (1962) e Titolo di giornale (prodigiosa attività) (1962) – alle prime cancellature di due anni dopo, i “particolari ingranditi” degli anni Settanta, i libri inediti del Gattopardo (1976), passando per i Codici ottomani (2010) e le cancellature in rosso, dei più recenti anni di ricerca. Un’esposizione che accende un faro sulla cultura mediterranea, attraversandola con le parole della letteratura, con i suoi volti e attraverso le sue mappe (tutto, inutile dirlo, rigorosamente cancellato). L’attenzione alla cancellatura è puntuale, quasi chirurgica nell’analisi della sua evoluzione, ma è ancora più stimolante l’attenzione ai simboli. Ad esempio le carrube, ammucchiate in ceste e accuratamente – ma non tutte – dorate per l’occasione. Simbolo di ricchezza e di crescita per il territorio sciclitano e ragusano in generale, il seme della carruba viene chiamato anche “carato”: dal nome greco del legume (kerátion) deriva anche il “carato”; al seme, infatti, corrisponde esattamente il peso di 1/5 di grammo e nell’antichità era considerato contrappeso ideale per l’oro. Le carrube, però, per tantissimo tempo sono state utilizzate come mangime per gli animali, in particolare per i maiali. Il mondo contadino ragusano aveva trovato in questo legume, abbastanza “inutile” all’epoca, una preziosa fonte di reddito. Oggi, le carrube vengono utilizzate nel territorio in maniera estremamente duttile, e la nobilitazione – giusto tramite l’oro – di un legume dato letteralmente “in pasto ai porci” nella storia di questa Terra, sembra chiudere un cerchio lungo millenni.

Nel Chiostro del MACC, ad accogliere il visitatore, l’opera Non uccidere (2023), realizzata da Isgrò in collaborazione con Mario Botta, che ha disegnato il padiglione accogliente. Un’opera prepotente nei confronti dello spazio circostante, ma allo stesso tempo delicata nell’approccio al visitatore, quasi fosse un invito ad attraversarla, a infilarsi in essa, letteralmente e concettualmente.

Il dispositivo segnico di Isgrò si rivela geniale nell’idea che lo guida, preciso nella sua semplicità, ma allo stesso tempo estremamente plasmabile. E Isgrò lo plasma, lo adatta, lo muta e lo riporta alla sua semplicità. Ad esempio, nella sala che vede dispiegarsi alle pareti i “libri cancellati”, sono stati affiancati la cancellatura dell’Enciclopedia Treccani. Vol. IV, Albero genealogico (1970), il grande Clemens (1971) e i tre telex, La replica di Allende (1973), La questione agricola (1974) e Telex G19 (1974); ma anche i due omaggi a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Le stelle del Principe di Lampedusa (1976) e La finestra del Principe di Lampedusa (1976). La collocazione a parete dei libri, come fossero vere e proprie tele, è un’invenzione tutta dell’artista siciliano, una modalità prima del tutto inusuale e oggi consolidata ed entrata nell’immaginario comune. Sottolinea inoltre Corà che «va considerato che nel caso della cancellatura dei volumi della Enciclopedia Treccani non può essere trascurato l’effetto di una latente valenza antinozionistica risultante dal gesto cancellatore».

Emilio Isgrò ha reso la cancellazione “cancellatura”, ha inglobato l’azione stessa dell’atto di cancellare in una pratica artistica e ne ha fatto la sua firma. Questa mostra sciclitana ha saputo esporre una carriera intera, al passo di centinaia di formiche, ripercorrendo una rielaborazione del visuale che ha rivoluzionato il linguaggio artistico, riscrivendo il rapporto tra parola e immagine nelle arti visive con un approccio del tutto nuovo, una commistione che non solo ha saputo rendere tangibile, un’assenza, ma ha portato l’inchiostro dell’opera pittorica a interagire con quello dell’opera letteraria, stampata, in una modalità che ha saputo annullare i confini tra tela e pagina, tra segno grafico e disegno.
Isgrò si definisce «sicilianista ma non siciliano» (e, scrive, ne «soffrirebbe non poco il mio compagno di liceo Vincenzo Consolo»), eppure, dentro le sale del MACC, emerge una lettura della Sicilia che espone la sensibilità di chi, la Sicilia, l’ha capita veramente e l’ha saputa raccontare.

l'Autrice

Paola Pulvirenti

Mi chiamo Paola Pulvirenti, ho ventiquattro anni e frequento un master in Management dell’arte e dei beni culturali presso la Treccani. Sono nata a Leonforte, un piccolo paese nelle terre di Proserpina. Dopo aver vissuto gli anni della triennale a Catania, mi sono trasferita a Ravenna e ho concluso un percorso di laurea magistrale in storia dell’arte, volto alla tutela, alla valorizzazione e alla comunicazione del patrimonio.

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